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Sentiamo spesso parlare di paura del futuro, ansia del futuro. Non sapere cosa accadrà, cosa succederà nella nostra vita sentimentale o lavorativa, ma anche solo in generale non dà per molti belle sensazioni.  Il futuro quindi è davvero, per la sua imprevedibilità, l’unica cosa da temere? E il passato?

il-tempo-passato

L’uomo ama la prevedibilità e preferisce avere il controllo dell’ambiente. Questa disposizione e capacità ci assicura (in primis dal punto di vista evolutivo) un vantaggio decisivo: possiamo pianificare strategie e compiere azioni per ridurre i rischi.

In genere il futuro mette ansia perchè pensiamo di poterci trovare in situazioni in cui potremmo non avere le risorse per far fronte agli eventi e quindi poi rispondere in maniera adeguata. Per approfondire questo tema vi consiglio questo libro qui.

In psicologia si parla di coping che si definisce come l’insieme di azioni e pensieri realistici in grado di risolvere (o anche affrontare) i problemi e ridurre lo stress. Vorrei parlare però di passato e riflettere sul fatto che spesso è proprio ciò che è già successo che potrebbe o dovrebbe fare più paura.



Uno degli errori che si può fare è credere che, visto che qualcosa è passato, allora non ci sia più pericolo o che magari cessino i suoi effetti. Ecco spesso non è così e come notava lo psicoanalista svizzero Jung ciò che è accaduto può essere “terribilmente reale e presente e afferra(re) chiunque non sappia riscattarsi con una risposta soddisfacente“.

Il riferimento è a quella mancata o parziale comprensione di ciò che ci è successo e che rimane, o viene relegato, ad un livello inconscio: non per questo però smette i suoi effetti sul presente e quindi sul futuro.

Un’altra insidia può essere quella della nostalgia del passato, che spesso diventa una trappola o una gabbia. Jung usa un’immagine più forte paragonando questo sentimento ad un serpente velenoso che si para sul nostro cammino.

Il suo veleno paralizza la vitalità e l’intraprendenza.

A volte il presente può apparire insoddisfacente e frustrante ed è umano ritornare con i pensieri a momenti felici e appaganti. Quando questo comportamento diventa la regola l’effetto potrebbe essere quello di bloccare tutte quelle azioni che permetterebbero di vivere una vita più autentica o comunque di far qualcosa per cambiarla.

Un altro capitolo interessante è quello delle relazioni affettive, nota dolente per molti tanto da far dire a Jung che “l’amore è un problema in tutti periodi della vita di un uomo”.

Al netto di questa visione poco rosea, quello che è certo è che le prime esperienze relazionali, ovvero quelle con il cosiddetto caregiver (non connotata nel genere ma definita dalla sua funzione) possono influenzare fortemente tutti successivi legami affettivi (in positivo e negativo). Ovviamente anche le altre figure del contesto familiare giocano un ruolo importante in tutto ciò.

Impariamo da piccolissimi cosa significa “amore”. Ci creiamo una nostra idea di come è fatta una relazione d’affetto, di quali sono i comportamenti più utili per mantenerla e di cosa aspettarci e cosa no.

Oltre alla dimensione del comportamento e del pensiero, c’è tutto l’aspetto emotivo. Secondo l’approccio intersoggettivo infatti la nostra vita emotiva è influenzata da principi organizzatori, spesso inconsci, che articolano la nostra esperienza emotiva e che si formano proprio con chi da piccoli si è preso cura di noi.

Una possibile spiegazione a quanti dicono di ritrovarsi nella vita sempre di fronte alla stessa “storia”, di incontrare sempre il partner sbagliato, con cui va a finire sempre nello stesso modo.

Ecco quindi addebitare  tutto alla sfortuna (che pure può esserci) può avere senso fino ad un certo punto. Valutiamo piuttosto il fatto che forse abbiamo una responsabilità in questa mira così precisa e ripetitiva.

Se nella vita comunque avremo occasioni di relazione diverse da quelle che abbiamo appreso e “interiorizzato” allora potremmo allargare la nostra concezione e le aspettative sui rapporti affettivi.

Ecco alcuni dei motivi per cui ritengo che forse sia a volte più temibile il passato che il futuro. Pensiamo che almeno sul passato si possa avere una qualche forma di controllo e invece spesso non è così.

Come ci ricorda Jung:

Tutto ciò che non sale a livello di coscienza diventa destino

Noi prendiamo atto solo degli effetti, e cerchiamo di spiegarceli poi come possiamo: magari parlando di fato o astrologia.

Concludo con una suggestione musicale che mi è venuta in mente mentre scrivevo questo post. La “mente mentre” mi sembra un concetto da approfondire più in là (forse anche una possibile definizione di inconscio). Una canzone di Battisti del ’72 dove c’è questo bellissimo verso credo molto attinente con quanto detto finora:

la veste dei fantasmi del passato
cadendo lascia il quadro immacolato
e s’alza un vento tiepido d’amore
di vero amore



Fonti e approfondimenti:

Jung, C. G. (1965). La libido: simboli e trasformazioni. Boringhieri

Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, appraisal, and coping. Springer publishing company.

Orange, D. M., Atwood, G. E., & Stolorow, R. D. (1999). Intersoggettività e lavoro clinico. Il contestualismo nella pratica psicoanalitica. Milano: Raffaello Cortina

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