La musica accompagna tutti i giorni della nostra vita: in macchina, in casa. Le melodie delle canzoni e loro parole sono davvero stimoli onnipresenti. La musica può essere davvero uno strumento potentissimo per il cambiamento.

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La musica si rivela un potente agente di cambiamento sia in ambito clinico che non; infatti è anche una straordinaria modalità espressiva per emozioni e sentimenti. Si rivela utile sia per chi la suona sia per chi l’ascolta.

L’efficacia nel campo della patologia è testimoniata dalla varie forme di musicoterapia; la musica può aiutare nella riabilitazione a seguito di lesioni cerebrali o essere utile nel trattamento delle malattie neurodegenerative.

La musica può anche coadiuvare il recupero a seguito di un infarto riducendo sia la pressione sanguina sia il battito cardiaco e contribuendo a diminuire l’ansia.

Può avere anche funzioni preventive rispetto alla perdita dell’udito nel processo di invecchiamento: i musicisti settantenni hanno una maggior capacità a distinguere i suoni in un ambiente rumoroso rispetto a cinquantenni non musicisti.

Inoltre, con la loro capacità di evocare ed emozionare, le canzoni possono forse dare “forma” a stati d’animo complessi.

Pensate che ascoltare canzoni tristi, quando siamo giù di morale, può paradossalmente aiutarci a sentirci meglio, e lo dimostrano le ricerche di Hunter (2010).



La musica, come detto, può però anche rappresentare un “contenitore” per sentimenti, emozioni sia positive che negative.

Il testo e la melodia possono aiutare a dare un senso o solo semplicemente un “contesto” a esperienze o vissuti magari difficili da riportare solo con le parole.

Qui di seguito due canzoni di due grandi star della musica: il tema che lega queste canzoni è il “cambiamento”. Ho cercato di individuarne la tematiche principali dandone un punto di vista di crescita personale.

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Sentiamo spesso parlare di paura del futuro, ansia del futuro. Non sapere cosa accadrà, cosa succederà nella nostra vita sentimentale o lavorativa, ma anche solo in generale non dà per molti belle sensazioni.  Il futuro quindi è davvero, per la sua imprevedibilità, l’unica cosa da temere? E il passato?

il-tempo-passato

L’uomo ama la prevedibilità e preferisce avere il controllo dell’ambiente. Questa disposizione e capacità ci assicura (in primis dal punto di vista evolutivo) un vantaggio decisivo: possiamo pianificare strategie e compiere azioni per ridurre i rischi.

In genere il futuro mette ansia perchè pensiamo di poterci trovare in situazioni in cui potremmo non avere le risorse per far fronte agli eventi e quindi poi rispondere in maniera adeguata. Per approfondire questo tema vi consiglio questo libro qui.

In psicologia si parla di coping che si definisce come l’insieme di azioni e pensieri realistici in grado di risolvere (o anche affrontare) i problemi e ridurre lo stress. Vorrei parlare però di passato e riflettere sul fatto che spesso è proprio ciò che è già successo che potrebbe o dovrebbe fare più paura.



Uno degli errori che si può fare è credere che, visto che qualcosa è passato, allora non ci sia più pericolo o che magari cessino i suoi effetti. Ecco spesso non è così e come notava lo psicoanalista svizzero Jung ciò che è accaduto può essere “terribilmente reale e presente e afferra(re) chiunque non sappia riscattarsi con una risposta soddisfacente“.

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Con questo mio primo post inizio un’avventura nuova e appassionante. Come succede per le avventure spesso si conosce solo il punto di partenza, il “bagaglio” con cui affrontarla e un’idea della meta, anche se poi con Colombo sappiamo come è finita. I temi saranno la comunicazione e la psicologia. Vi va di accompagnarmi?

Nuvole e tramonto



Il titolo di questo post di “inaugurazione” mi è stato ispirato dal saggio di George Atwood e Robert Storolow, due giganti della psicoanalisi contemporanea. In questo bellissimo testo gli autori avanzano l’idea che i vissuti soggettivi, le storie personali di mostri sacri della psicologia (Jung, Freud, Rank e Reich) siano state decisive per lo sviluppo delle loro specifiche teorie. Secondo questi autori quindi le metateorie dei padri fondatori della psicoanalisi portano inevitabilmente le impronte delle rispettive biografie.

Ho pensato che in fondo questo vale per ognuno di noi. Con il passare degli anni, con le esperienze vissute ci si crea una particolare teoria del mondo, sviluppando una propria personalità e più in generale esprimendo un atteggiamento alla vita, un modo unico di organizzare la realtà.

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