Sentiamo spesso parlare di paura del futuro, ansia del futuro. Non sapere cosa accadrà, cosa succederà nella nostra vita sentimentale o lavorativa, ma anche solo in generale non dà per molti belle sensazioni.  Il futuro quindi è davvero, per la sua imprevedibilità, l’unica cosa da temere? E il passato?

il-tempo-passato

L’uomo ama la prevedibilità e preferisce avere il controllo dell’ambiente. Questa disposizione e capacità ci assicura (in primis dal punto di vista evolutivo) un vantaggio decisivo: possiamo pianificare strategie e compiere azioni per ridurre i rischi.

In genere il futuro mette ansia perchè pensiamo di poterci trovare in situazioni in cui potremmo non avere le risorse per far fronte agli eventi e quindi poi rispondere in maniera adeguata. Per approfondire questo tema vi consiglio questo libro qui.

In psicologia si parla di coping che si definisce come l’insieme di azioni e pensieri realistici in grado di risolvere (o anche affrontare) i problemi e ridurre lo stress. Vorrei parlare però di passato e riflettere sul fatto che spesso è proprio ciò che è già successo che potrebbe o dovrebbe fare più paura.



Uno degli errori che si può fare è credere che, visto che qualcosa è passato, allora non ci sia più pericolo o che magari cessino i suoi effetti. Ecco spesso non è così e come notava lo psicoanalista svizzero Jung ciò che è accaduto può essere “terribilmente reale e presente e afferra(re) chiunque non sappia riscattarsi con una risposta soddisfacente“.

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Iniziare un cambiamento personale non è una strada semplice. Quando dubbi, dilemmi ci interrogano o addirittura ci tormentano, il bisogno di dare risposte ai nostri interrogativi più personali e profondi diventa inderogabile. Ma siamo davvero sicuri di farci le domande giuste?

Un mare di domande

Mi convinco sempre più che nella vita non sia poi così importante e decisivo incontrare chi ha le risposte giuste alle nostre domande.

Una cosa che spesso cerchiamo e di cui sentiamo avere il bisogno per dare un senso a quello che ci accade, per trovare un modo di risolvere dilemmi e dubbi profondi.

No, quelle risposte danno un sollievo momentaneo, sono palliativi, ci acquietano per un po’ e il loro effetto svanisce presto.

Quello che conta è piuttosto incontrare chi ha le domande giuste per le nostre risposte.



Cosa voglio dire? Voglio dire che in fin dei conti noi siamo ciò che risponde e che quindi possiamo dare un vero senso alla nostra vita solo se le risposte sono autenticamente nostre, nulla più.

Sono le cosiddette domande potenti a fare la differenza e come sottolinea lo psicologo americano David Steele sono quelle domande che “aiutano ad entrare in contatto con la propria verità personale, la propria saggezza e direzione.”

Proviamo con 4 domande che possono dare il via ad un processo di cambiamento:

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Parlare in pubblico per molti rappresenta un compito davvero arduo. Si inizia magari parlando davanti ai propri compagni di classe alle elementari, fino poi a tenere un discorso ad un convegno. Ecco 2 immagini mentali utili per il public speaking.

 

public speaking
© Brisbane City Council (2012) – Gara di public speaking

Quando c’è da parlare in pubblico (public speaking) le emozioni in gioco possono essere molto forti, così come i loro effetti. Sudori freddi, batticuore, fiato corto, gambe molli etc. Se dobbiamo pensare ad una emozione specifica credo che venga a tutti in mente la paura.

Paura di sbagliare, di fare una figuraccia, di deludere, di bloccarsi o di non conquistare la platea.

Si parla di PSA (Public speaking anxiety).

L’effetto di immaginarsi negativamente (farsi dei bei film dei mille modi in cui potrebbe andare tutto storto) gioca un ruolo fondamentale nel dare il via e mantenere uno stato ansioso.



E tra l’altro questo effetto si riscontra anche per quelli più esperti; infatti anche i grandi “oratori” valutano meno efficace la loro performance e provano più ansia.

Come si può fare? Alcuni studi recenti suggeriscono che compiti visuo-spaziali possano diminuire la vividezza delle immagini negative con cui ci rappresentiamo in occasioni di Public Speaking.

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Cosa succede al nostro cervello quando cambiano le stagioni? Quali sono gli effetti dei cambiamenti climatici sulle nostre attività mentali? La meteoropatia e i suoi sintomi.


Il cambiamento climatico è davvero uno degli argomenti, per usare un eufemismo, più “caldi” del dibattito internazionale. Gli studiosi segnalano l’intensificarsi dei fenomeni più violenti; a quanto sembra, fra l’altro, l’Italia si scalda ad una velocità maggiore che il resto del mondo.

Concentriamo però la nostra attenzione su quali sono gli effetti sull’uomo, in particolare sulla sua psiche, dei semplici (naturali) cambi di stagione (per chi come me soffre di meteoropatia anche qualche consiglio utile).



La stagionalità e suoi effetti sul comportamento, sull’umore delle persone sono stati molto studiati. Quella che comunemente è definita meteoropatia ha anche ottenuto un posto nella nosografia clinica del DSM (il manuale più usato al mondo per diagnosticare i disturbi mentali).

Stiamo parlando della SAD, un acronimo che sta per Sindrome Affective Disorder che si manifesta con diversi sintomi: aumento di peso, insonnia, ansia, astenia, difficoltà nella concentrazione, irritabilità.

Il quadro è quello depressivo tant’è che è anche definita nelle sue forme più lievi winter blues se è legata alle stagioni invernali e summer blues se invece si verifica nelle stagioni estive.

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Con questo mio primo post inizio un’avventura nuova e appassionante. Come succede per le avventure spesso si conosce solo il punto di partenza, il “bagaglio” con cui affrontarla e un’idea della meta, anche se poi con Colombo sappiamo come è finita. I temi saranno la comunicazione e la psicologia. Vi va di accompagnarmi?

Nuvole e tramonto



Il titolo di questo post di “inaugurazione” mi è stato ispirato dal saggio di George Atwood e Robert Storolow, due giganti della psicoanalisi contemporanea. In questo bellissimo testo gli autori avanzano l’idea che i vissuti soggettivi, le storie personali di mostri sacri della psicologia (Jung, Freud, Rank e Reich) siano state decisive per lo sviluppo delle loro specifiche teorie. Secondo questi autori quindi le metateorie dei padri fondatori della psicoanalisi portano inevitabilmente le impronte delle rispettive biografie.

Ho pensato che in fondo questo vale per ognuno di noi. Con il passare degli anni, con le esperienze vissute ci si crea una particolare teoria del mondo, sviluppando una propria personalità e più in generale esprimendo un atteggiamento alla vita, un modo unico di organizzare la realtà.

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