Siamo esseri fallaci e spesso cadiamo in errore senza volerlo. Quali sono le trappole o le inefficienze più comuni che influiscono sulla nostra vita quotidiana? Iniziamo dalla memoria e vediamo quando e perchè fa cilecca.

 

@kjpargeter

Nell’arco della nostra vita incontriamo tantissime persone e con alcune di queste stabiliamo rapporti importanti e duraturi.

Altri legami invece sono semplici conoscenze, oppure ancora legami molto intensi ma per periodi relativamente brevi e che poi, per diversi motivi, diventano deboli fino ad esaurirsi (es. compagni di scuola, commilitoni, colleghi etc.).

Ricordate tutte le persone che avete conosciuto nella vostra vita? I loro nomi? 

In uno studio pubblicato nel 1975 da Bahrick e colleghi sono andati a verificare, a distanza di 50 anni, quanto ci si ricordasse dei propri compagni delle scuole superiori.

Per il 75% dei soggetti il ricordo dei visi dei propri compagni di scuola era pressoché intatto mentre con i nomi la questione si complicava parecchio perché se ne ricordavano solo il 18%.

Nell’era digitale molti dei servizi che ci offre internet ci impongono a volte lunghe e noiose registrazioni e soprattutto ci richiedono di ricordare credenziali d’accesso (social network, Home Banking, etc.) ovvero ‘nome utente’ e ‘password’.

@pixabay

Il New York Times è uno dei quotidiani più importanti e autorevoli del mondo e vanta lettori molto preparati.

Ebbene ogni settimana mille di coloro che usufruiscono della lettura della versione online dimenticano la loro password d’accesso.

A quanto sembra fino al 15% dei nuovi utenti in realtà sono vecchi utenti che hanno dimenticato la password ed effettuano una nuova registrazione.

Non sono ovviamente le sole cose che “sfuggono di mente”: in un sondaggio con 3000 soggetti, il 25% non ricordava il proprio numero di telefono, mentre il 75% non ricordava i compleanni di più di tre amici o parenti.

Il cervello umano ha una capacità di elaborazione veramente straordinaria, si parla di 10 alla 16 processi al secondo; eppure malgrado ciò qualcosa si inceppa o non va come ci aspetteremmo.

In molti casi infatti il nostro “sistema” mostra tutti i suoi limiti e ci fa incorrere in errori sistematici. Si parla in psicologia di euristiche, scorciatoie mentali che utilizziamo per prendere decisioni in modo veloce e intuivo.

In particolare ci sono i cosiddetti bias, che sono delle particolari euristiche, che distorcono in modo automatico e deformano i nostri processi cognitivi.

Anche la memoria, dominio cognitivo fondamentale, è soggetto a questi “errori” come illustrato negli esempi precedenti. Cosa si può fare per evitare o almeno ridurre “errori” come quelli citati negli esempi precedenti?

Nel caso della memoria a lungo termine come si può immaginare la capacità di ritenere informazioni è ovviamente limitata. Ad ogni modo tendiamo a memorizzare informazioni che hanno un significato e un’importanza per noi.

Nel caso dei nomi, sembra che essi in fin dei conti siano dettagli insignificanti rispetto ai volti che come dimostrato dall’esperimento sul ricordo dei compagni di scuola vengono trattenuti e poi richiamati molto più facilmente.

Questa difficoltà legata ai nomi lo evidenzia anche un altro studio che dimostra che è più facile ricordare che una certa persona faccia il fabbro piuttosto che faccia ‘Fabbro’ di cognome. Come possiamo quindi migliorare la nostra memoria?

@pixabay

Una mnemotecnica molto utile può essere quindi quella di rendere significativo l’insignificante. Ad esempio se uno sciatore deve memorizzare i numeri 1 3 5, può farlo pensando ad una performance molto buona realizzata in 1 minuto e 35 secondi.

O ancora un cuoco potrebbe pensare che deve cucinare in 1 ora 3 portate per 5 persone che hanno prenotato nel suo ristorante. Ciò che è significativo cambia ovviamente da persona a persona.

Nel caso dei visi, quale potrebbe essere una strategia per renderli “indimenticabili”? Ne parliamo nel prossimo post.

Fonti:

Hallinan, J., T. (2009). Il metodo antierrore. Roma: Newton Compton.

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Ho pensato all’anno che si conclude in questi giorni ed ho riflettuto su cosa augurarmi per l’anno che verrà. Ho scoperto che farlo con se stessi non è affatto semplice (anzi) e viene forse più facile farlo con gli altri. Ho stilato comunque una lista di 10 auspici per il 2017. Forse ne troverete qualcuno da condividere.

Non mi auguro un anno felice e ricco di soddisfazioni, no.

Non mi auguro un anno sereno o tranquillo e senza pensieri, neanche questo, no.

So che la vita è rose e spine, pioggia e sole, inverno e primavera, tutto insieme. L’anno che verrà non sarà da meno; forse andrà tutto bene, forse no, forse così così. Quest’è, tutto compreso. Non mi importa molto di cercare di prevedere quello che accadrà.



Quello che piuttosto vorrei, ho cercato di racchiuderlo in questi dieci auspici.

Quindi ecco mi cosa mi auguro per il 2017:

#1 Di “apprendere dall’esperienza“, come direbbe Bion. Riuscire a farsene qualcosa di quello ci capita, nel bene e nel male, è un compito difficile. I meccanismi di difesa sono pronti a scattare e a “proteggerci” da ciò che è intollerabile o eccessivo in un certo momento della nostra vita. Assimilare, metabolizzare sono tutti verbi che rimandano all’immagine del cibo. L’esperienza la immagino come un nutrimento quindi: tenere per sé ciò che fa bene e migliora, e scartare ciò che è nocivo, o eccedente.

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Le parole degli altri possono avere diversi effetti su di noi. Parliamo in questo caso delle critiche. Ne riceviamo sul posto di lavoro, a scuola, in università o tra amici e in famiglia. Come reagiamo? Possono diventare un’occasione per crescere?

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L’argomento riguarda tutti, c’è poco da fare. La critica è uno dei tanti modi con cui il mondo ci da i suoi feedback, ma può essere anche il modo con cui noi interpretiamo questi feedback.

Come diceva Nanni Moretti, le parole sono importanti, ed ovviamente il termine “critica” connota negativamente le parole degli altri rispetto ai nostri comportamenti, pensieri, atteggiamenti etc.

Le stesse parole ad esempio potremmo valutarle come un consiglio, un’osservazione, un suggerimento o un’occasione di confronto; insomma semanticamente possiamo già dire da subito come pensiamo le “critiche” che riceviamo.

Pensate a quanto cambierebbe se le nominassimo anche solo in maniera diversa. Ma come quindi gestirle al meglio?

L’obiettivo potrebbe essere quello di trasformare questi feedback in qualcosa di utile e proficuo. E come dice Liz Ryan magari facendo in modo che si rivelino un dono, un regalo che aggiunge qualcosa alla nostra vita privata, professionale e in generale alla crescita personale.

1# Vola alto

Il primo passo da fare è quello di cercare di avere una visione più ampia della situazione specifica. Se pensiamo alla metafora che intitola questo paragrafo possiamo immaginare come riuscire a essere in “alto” permetta di poter fare una valutazione più ampia e ricca della situazione. 

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La musica accompagna tutti i giorni della nostra vita: in macchina, in casa. Le melodie delle canzoni e loro parole sono davvero stimoli onnipresenti. La musica può essere davvero uno strumento potentissimo per il cambiamento.

Credit @onlyyouqj

La musica si rivela un potente agente di cambiamento sia in ambito clinico che non; infatti è anche una straordinaria modalità espressiva per emozioni e sentimenti. Si rivela utile sia per chi la suona sia per chi l’ascolta.

L’efficacia nel campo della patologia è testimoniata dalla varie forme di musicoterapia; la musica può aiutare nella riabilitazione a seguito di lesioni cerebrali o essere utile nel trattamento delle malattie neurodegenerative.

La musica può anche coadiuvare il recupero a seguito di un infarto riducendo sia la pressione sanguina sia il battito cardiaco e contribuendo a diminuire l’ansia.

Può avere anche funzioni preventive rispetto alla perdita dell’udito nel processo di invecchiamento: i musicisti settantenni hanno una maggior capacità a distinguere i suoni in un ambiente rumoroso rispetto a cinquantenni non musicisti.

Inoltre, con la loro capacità di evocare ed emozionare, le canzoni possono forse dare “forma” a stati d’animo complessi.

Pensate che ascoltare canzoni tristi, quando siamo giù di morale, può paradossalmente aiutarci a sentirci meglio, e lo dimostrano le ricerche di Hunter (2010).



La musica, come detto, può però anche rappresentare un “contenitore” per sentimenti, emozioni sia positive che negative.

Il testo e la melodia possono aiutare a dare un senso o solo semplicemente un “contesto” a esperienze o vissuti magari difficili da riportare solo con le parole.

Qui di seguito due canzoni di due grandi star della musica: il tema che lega queste canzoni è il “cambiamento”. Ho cercato di individuarne la tematiche principali dandone un punto di vista di crescita personale.

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Le relazioni sono fondamentali per la nostra vita. Molti vivono storie d’amore serene altri complicate, altri ancora magari invece si interrogano se il loro legame avrà futuro o meno. In questo articolo vi illustrerò la teoria sull’amore di Sternberg.

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Parlare di coppia non è semplice.

Parlare d’amore non è facile; parlare quindi di ciò che Jung chiamava “l’insolubile questione dell’amore” nei rapporti d’oggi cosa significa?

Lo psicoanalista e filosofo Umberto Galimberti inserisce il discorso sulla coppia moderna all’interno di un’epoca dove a suo parere il concetto di libertà è ormai legato strettamente a quello di revocabilità.

Tutte le scelte devono essere revocabili (fare un bambino ma avere la possibilità di abortire, sposarsi ma potendo divorziare etc.), anche se poi constata che la nostra biografia è fatta di scelte irrevocabili.

Le coppie sono sempre meno durature, tant’è che Galimberti con una battuta afferma che più che rendere facili i divorzi bisognerebbe rendere difficili i matrimoni, e forse non ha tutti i torti. Ovviamente in questo caso il riferimento è solo a quelle precondizioni di maturità emotiva e relazionale e non economico-sociali.

Cosa vuole dire essere una coppia? Quali sono le componenti che possono favorire la durata o no di un legame sentimentale?

Per rispondere a questo domande Sternberg, psicologo alla Yale Univerisity, ha elaborato una teoria che ha denominato Triangular theory of love.

Questa inquadra l’amore (in generale i legami affettivi) in tre componenti che formano ciascuna il vertice di un triangolo e sono: intimità, passione e impegno. La presenza e l’entità di queste caratteristiche può cambiare a seconda del tipo di rapporto.

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