Il cosiddetto senso di colpa è un’emozione complessa che tutti nella vita, chi più chi meno, abbiamo provato. Ecco qualche piccolo consiglio per fronteggiarla e darle un senso.

occhio triste di ragazza
@Lisa Davies

L’esperienza di questa emozione (il senso di colpa) può causare molta sofferenza e angoscia; quanto quest’ultima è molto intensa diventa difficile guardare, ammesso che sia possibile, l’evento o situazione in cui o di cui ci siamo sentiti colpevoli.

In psicologia la possiamo inserire fra le cosiddette emozioni secondarie o complesse che, insieme a quelle di base o primarie (pensate a quelle del famoso film Inside out), sono influenzate dalla cultura, dall’educazione ricevuta e dalle modalità di socializzazione.

In questo senso la colpa, ma così anche l’imbarazzo, la vergogna, fa parte della famiglia delle emozioni autoconsapevoli che sono sconosciute alle altre specie e che per noi umani di configurano come dei veri e propri dispositivi relazionali.

In altre parole hanno tendenzialmente una funzione legata ai rapporti e ai legami che iniziamo a costruire e intrattenere fin da piccoli e che fanno da modello di riferimento per le relazioni interpersonali successive.

[..] dato che il senso di colpa è una angoscia per presunta incapacità, inadeguatezza, impotenza, inferiorità rispetto agli altri, temuta impossibilità di essere apprezzati e desiderati da altri, sono colpevolizzanti tutti quei comportamenti dell’ambiente che inducono il bambino a formarsi una solida opinione negativa di se stesso.

Lucio Della seta

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Un post per raccontare la storia di uno dei più grandi pedagogisti dell’ultimo secolo e del suo metodo di insegnamento. L’apprendimento diventa un fattore fondamentale e decisivo per il cambiamento personale e sociale. Scopriamo come.

ragazza_sui_banchi
@ Poodar Chu

Reuven Feuerstein è professore di psicologia dell’educazione presso l’Università di Bar Ilan di Tel Aviv ed insegna anche presso il George Peabody college della Vanderbit University di Nashville nel Tennessee.

Ha conseguito il dottorato in psicologia presso la Sorbona di Parigi, sotto la guida di Jean Piaget, una delle personalità più eminenti della psicologia dello sviluppo. Nato nel 1921, figlio di genitori ebrei, è stato fin da piccolo molto dotato: a 3 anni leggeva già 2 lingue ed a 8 insegnava l’ebraico ai bambini della comunità ebraica a Bucarest.

L’insegnamento è stato per lui un destino già da allora; nel 1944 in piena seconda guerra mondiale mentre insegnava ai ragazzi, figli di vittime di deportazioni, fu catturato e internato in un campo di concentramento.

Riuscì miracolosamente a fuggire ed a trasferirsi in Israele dove divenne direttore di Aliyah, un’organizzazione che si occupava dell’apprendimento e dell’educazione di bambini e adolescenti sopravvissuti ai campi di concentramento ed alle persecuzioni razziali.

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La musica è un elemento importante nella vita di ognuno di noi. C’è chi l’ascolta, chi la compone, chi la suona e così via. Come abbiamo visto in un post precedente essa rappresenta anche uno strumento di cambiamento sia a livello personale che collettivo.

uomo con la chitarra

 

In questo post vi proporrò un paio di video musicali e un paio di ricerche scientifiche psicologiche che mostrano come la musica e il suo impiego possano generare piccoli e grandi cambiamenti a livello sociale e personale.

La prima canzone è di Ben Harper e si chiama With My Own two hands (2003), tratta da un album di grande successo in Italia che si intitola Diamonds on the inside.

Un brano molto intenso in cui il cantautore statunitense richiama ognuno di noi all’impegno personale e alla partecipazione. L’obiettivo è rendere il mondo un posto migliore e più sicuro, attraverso il coinvolgimento attivo e la solidarietà.

Un messaggio sociale molto importante e sempre valido che potrebbe avere degli effetti benefici proprio grazie al modo con cui è veicolato.

Infatti uno studio inglese del 2008 ha mostrato come l’ascolto di canzoni con contenuto sociale positivo incoraggiava gli adolescenti ad avere comportamenti collaborativi.

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Nei processi decisionali a volte può essere decisivo avere un punto di vista altro e un’attenzione alle cose che “suonano” bene e che possono ingannare come abbiamo visto nella articolo precedente. Ecco altri 2 consigli per prendere decisioni migliori.

Continuiamo a parlare dei processi decisionali.

Abbiamo già visto che abbiamo la tendenza a sopravvalutare i nostri meriti rispetto ai successi e a proteggerci attribuendo la causa dei fallimenti a fattori esterni.

Se da una parte tutto questo preserva la nostra autostima, dall’altra ci impedisce di crescere e migliorare facendo un solido esame di realtà.

Inoltre a volte alcune nostre decisioni sono influenzate anche da fattori legati alla comunicazione; per il fenomeno della fruibilità cognitiva per esempio potremmo decidere di acquistare un prodotto solo perchè ha un nome accattivante e non sulla base delle sue caratteristiche.

Ci sono altri due accorgimenti che possono aiutarci nel prendere decisioni più “razionali”.

3# Concentratevi sui possibili costi e benefici futuri piuttosto che sulle perdite passate. 

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Prendere decisioni nella vita di tutti giorni è un’attività continua e spesso automatica. Quante volte le nostre scelte si rivelano errate o non comportano i risultati attesi? Questo può dipendere dalla “lente” con cui guardiamo i nostri problemi e le cose che ci accadono.

Quando questa lente è “sporca” allora si possono verificare conseguenze spiacevoli come ad esempio: perdere del denaro o credere a cose completamente false.

Quali possono essere degli accorgimenti utili per pulire la nostra lente o almeno per vedere i fatti e gli accadimenti il più possibile per quello che sono?

Ecco quali sono dei buoni “antidoti” per prendere decisioni (decision making) più consapevoli ed efficaci:

  1. Rapporti amicali di qualità

  2. Andare oltre le buone apparenze

  3. Valutare costi e benefici

  4. Confutare

1# Avere buoni amici con cui confrontarsi.

In uno studio in cui hanno chiesto alle persone quali personaggi noti secondo loro sarebbero andati in paradiso, Madre Teresa di Calcutta ha raggiunto la parte alta di questa classifica con il 79% delle scelte, seguita da Michael Jordan, dalla principessa Diana e dall’ex presidente degli Stati Uniti D’America Bill Clinton. Chi c’era quindi al primo posto?

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