Il modo con cui si vivono i  periodi di “singletudine” è ovviamente molto soggettivo. Per alcuni un momento d’attesa, per altri una fase in cui riscoprire se stessi e per altri un’occasione per godersi la libertà e l’indipendenza. Quali sono gli stereotipi più diffusi sui single? C’è qualcosa di vero?

 

Donna single, donna sola

I single sono una fascia della popolazione in constante aumento.

Sembra che in Europa sia la Germania ad essere la nazione con il più alto numero di persone single.

Malgrado questi cambiamenti sociali, le persone single continuano ad essere il bersaglio di alcuni stereotipi negativi tuttora presenti.

Possiamo innanzitutto definire single “una persona che attualmente non è coinvolta in un legame amoroso, anche se in passato può essere stata sposata o aver avuto un legame stabile.”

Lo psicologo sociale Tobias Greitemeyer dell’Università del Sussex fa notare che le persone impegnate sono viste più favorevolmente rispetto a chi invece un compagno o compagna non ce l’ha.

Pensate che in generale gli uomini single guadagnano meno degli uomini sposati ed hanno anche meno probabilità di ricevere una promozione.

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Su innamoramento e tecniche di seduzione si sono scritti manuali e libri a non finire. Ma quali sono i meccanismi psicologici alla base dell’attrazione e dei primi approcci? Ci sono situazioni o comportamenti che possono renderci più attraenti? 

 

@teksomolika

Per molti il momento in cui si è conosciuto il/la proprio/a partner rimane indimenticabile.

Sicuramente per costruire una relazione stabile e duratura ci vorrà poi del tempo ma la domanda è: nelle primissime fasi dell’attrazione ci sono delle situazioni o condizioni per cui siamo attratti più da persona rispetto ad un’altra? 

Diverse ricerche psicologiche possono illuminare un po’ di più questo momento a volte così decisivo.

Lo psicologo Gil Greengross dell’Università del Nuovo Messico ha effettuato un esperimento in cui venivano accostati in un locale due gruppi, uno di donne e l’altro di uomini.

Quest’ultimi avevano la consegna di raccontarsi aneddoti curiosi e barzellette: il tutto ovviamente sotto gli occhi delle donne.

Alla fine colui che aveva fatto ridere di più i suoi commensali riceveva maggior apprezzamenti da parte delle donne.

Greengross afferma che questo accade perchè le persone dotate di humour e ironia vengono considerate più intelligenti e socievoli; caratteristiche molto importanti da ritrovare nel proprio partner.

Quindi il motivo è legato non solo alle emozioni positive che possono derivare dal frequentare una persona “divertente” ma anche quindi al fatto che quella abilità rivelino capacità cognitive e socio relazionali che possono garantire un partner “migliore”.

Quindi il luogo comune che gli uomini divertenti piacciono di più ha anche una conferma dalla ricerca.

Conoscete l’effetto cheerleader? Questo fenomeno riguarda il fatto che le persone appaiono più attraenti in gruppo rispetto a quando sono da sole.

Walker e Lu, due ricercatori del dipartimento di psicologia dell’Università di San Diego in California, hanno riscontrato questo fenomeno in ben 5 esperimenti.

Gli psicologi affermano che questo accade a causa della nostra percezione visiva che spinge a fare una sorta di media dei volti ovvero chi è meno bello tenderà a esserlo di più per un adeguamento alla media del gruppo in cui è presente. 

Chi lo è già invece ahimè tenderà al ribasso ma quantomeno verrà percepito più divertente e intelligente.

Anche se non bisogna eccedere perchè l’occhio umano è anche abituato a notare le differenza, far parte di un bel gruppo di amici potrebbe renderci più attraenti.

@Ben White

Un altro aspetto interessante riguarda invece il viso. Alcuni psicologi cognitivisti dell’Università di Berna, Golle, Mast e Lobmaier, hanno effettuato due esperimenti per verificare l’eventuale correlazione tra le espressioni emotive facciali e il grado di attrattività.

I risultati hanno mostrato come i volti sorridenti influenzassero molto la valutazione e risultassero più attraenti; non solo, un volto felice potrebbe anche compensare una relativa “bruttezza”.

Il secondo esperimento rivelava che il processo poteva andare anche nella direzione inversa, ovvero un volto attraente aumentava la valutazione di felicità dell’espressione.

Quindi in attesa del prossimo articolo: sorridete! Sorridete! Sorridete!

Se poi volete capire se la vostra storia avrà un futuro cliccate: Come capire se una storia d’amore durerà

Fonti:

Walker, D., & Vul, E. (2013). Hierarchical encoding makes individuals in a group seem more attractive. Psychological science, 0956797613497969.

Golle, J., Mast, F. W., & Lobmaier, J. S. (2014). Something to smile about: the interrelationship between attractiveness and emotional expression. Cognition & emotion, 28(2), 298-310.

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Ogni giorno gli impegni e gli stimoli esterni sono tantissimi. Il nostro cervello ha una capacità limitata di memorizzare informazioni. A tutti sarà capitato di non ricordare nomi o password etc. Ecco qualche consiglio (mnemotecniche) per non dimenticare più nulla, o quasi.

@bedneyimages

Le vite di molti di noi sono diventate sempre più frenetiche e impegnate. Soprattutto nelle grandi città i ritmi di vita e di lavoro a volte sono davvero insostenibili.

A questo aggiungiamo anche il fatto di essere sempre più connessi e di essere di conseguenza esposti a moltissimi stimoli durante tutto il giorno.

Riuscire a sostenere attenzione e concentrazione a volte è veramente una lotta e la tecnologia spesso non ci dà una mano.

Provate per esempio ad approfondire la differenza in termini di apprendimento e comprensione tra leggere un libro cartaceo o un testo digitale in questo articolo di Martin Kutscher, neurologo americano.

Si intuisce che in certe condizioni ricordare o memorizzare diventa un’operazione a volte complicata. Come nel post precedente vediamo insieme altre mnemotecniche per memorizzare meglio volti e password e non solo.



Per immagazzinare meglio in memoria i nomi, la ricerca in psicologia consiglia di formulare una serie di giudizi personali complessi su una persona (onestà, simpatia, intelligenza, etc.) la prima volta che vi è presentata.

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Siamo esseri fallaci e spesso cadiamo in errore senza volerlo. Quali sono le trappole o le inefficienze più comuni che influiscono sulla nostra vita quotidiana? Iniziamo dalla memoria e vediamo quando e perchè fa cilecca.

 

@kjpargeter

Nell’arco della nostra vita incontriamo tantissime persone e con alcune di queste stabiliamo rapporti importanti e duraturi.

Altri legami invece sono semplici conoscenze, oppure ancora legami molto intensi ma per periodi relativamente brevi e che poi, per diversi motivi, diventano deboli fino ad esaurirsi (es. compagni di scuola, commilitoni, colleghi etc.).

Ricordate tutte le persone che avete conosciuto nella vostra vita? I loro nomi? 

In uno studio pubblicato nel 1975 da Bahrick e colleghi sono andati a verificare, a distanza di 50 anni, quanto ci si ricordasse dei propri compagni delle scuole superiori.

Per il 75% dei soggetti il ricordo dei visi dei propri compagni di scuola era pressoché intatto mentre con i nomi la questione si complicava parecchio perché se ne ricordavano solo il 18%.

Nell’era digitale molti dei servizi che ci offre internet ci impongono a volte lunghe e noiose registrazioni e soprattutto ci richiedono di ricordare credenziali d’accesso (social network, Home Banking, etc.) ovvero ‘nome utente’ e ‘password’.

@pixabay

Il New York Times è uno dei quotidiani più importanti e autorevoli del mondo e vanta lettori molto preparati.

Ebbene ogni settimana mille di coloro che usufruiscono della lettura della versione online dimenticano la loro password d’accesso.

A quanto sembra fino al 15% dei nuovi utenti in realtà sono vecchi utenti che hanno dimenticato la password ed effettuano una nuova registrazione.

Non sono ovviamente le sole cose che “sfuggono di mente”: in un sondaggio con 3000 soggetti, il 25% non ricordava il proprio numero di telefono, mentre il 75% non ricordava i compleanni di più di tre amici o parenti.

Il cervello umano ha una capacità di elaborazione veramente straordinaria, si parla di 10 alla 16 processi al secondo; eppure malgrado ciò qualcosa si inceppa o non va come ci aspetteremmo.

In molti casi infatti il nostro “sistema” mostra tutti i suoi limiti e ci fa incorrere in errori sistematici. Si parla in psicologia di euristiche, scorciatoie mentali che utilizziamo per prendere decisioni in modo veloce e intuivo.

In particolare ci sono i cosiddetti bias, che sono delle particolari euristiche, che distorcono in modo automatico e deformano i nostri processi cognitivi.

Anche la memoria, dominio cognitivo fondamentale, è soggetto a questi “errori” come illustrato negli esempi precedenti. Cosa si può fare per evitare o almeno ridurre “errori” come quelli citati negli esempi precedenti?

Nel caso della memoria a lungo termine come si può immaginare la capacità di ritenere informazioni è ovviamente limitata. Ad ogni modo tendiamo a memorizzare informazioni che hanno un significato e un’importanza per noi.

Nel caso dei nomi, sembra che essi in fin dei conti siano dettagli insignificanti rispetto ai volti che come dimostrato dall’esperimento sul ricordo dei compagni di scuola vengono trattenuti e poi richiamati molto più facilmente.

Questa difficoltà legata ai nomi lo evidenzia anche un altro studio che dimostra che è più facile ricordare che una certa persona faccia il fabbro piuttosto che faccia ‘Fabbro’ di cognome. Come possiamo quindi migliorare la nostra memoria?

@pixabay

Una mnemotecnica molto utile può essere quindi quella di rendere significativo l’insignificante. Ad esempio se uno sciatore deve memorizzare i numeri 1 3 5, può farlo pensando ad una performance molto buona realizzata in 1 minuto e 35 secondi.

O ancora un cuoco potrebbe pensare che deve cucinare in 1 ora 3 portate per 5 persone che hanno prenotato nel suo ristorante. Ciò che è significativo cambia ovviamente da persona a persona.

Nel caso dei visi, quale potrebbe essere una strategia per renderli “indimenticabili”? Ne parliamo nel prossimo post.

Fonti:

Hallinan, J., T. (2009). Il metodo antierrore. Roma: Newton Compton.

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Ho pensato all’anno che si conclude in questi giorni ed ho riflettuto su cosa augurarmi per l’anno che verrà. Ho scoperto che farlo con se stessi non è affatto semplice (anzi) e viene forse più facile farlo con gli altri. Ho stilato comunque una lista di 10 auspici per il 2017. Forse ne troverete qualcuno da condividere.

Non mi auguro un anno felice e ricco di soddisfazioni, no.

Non mi auguro un anno sereno o tranquillo e senza pensieri, neanche questo, no.

So che la vita è rose e spine, pioggia e sole, inverno e primavera, tutto insieme. L’anno che verrà non sarà da meno; forse andrà tutto bene, forse no, forse così così. Quest’è, tutto compreso. Non mi importa molto di cercare di prevedere quello che accadrà.



Quello che piuttosto vorrei, ho cercato di racchiuderlo in questi dieci auspici.

Quindi ecco mi cosa mi auguro per il 2017:

#1 Di “apprendere dall’esperienza“, come direbbe Bion. Riuscire a farsene qualcosa di quello ci capita, nel bene e nel male, è un compito difficile. I meccanismi di difesa sono pronti a scattare e a “proteggerci” da ciò che è intollerabile o eccessivo in un certo momento della nostra vita. Assimilare, metabolizzare sono tutti verbi che rimandano all’immagine del cibo. L’esperienza la immagino come un nutrimento quindi: tenere per sé ciò che fa bene e migliora, e scartare ciò che è nocivo, o eccedente.

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