Quest’articolo è una condivisione di riflessioni, esperienze, incontri e di quello che mi hanno insegnato. Metto in fila un po’ di certezze (?) acquisite nel 2017 e che mi (vi) auguro possano rivelarsi carte nautiche e bussole per l’anno che verrà.

simone maggio psicologia

Ci stiamo per lasciare alle spalle un altro anno; anche se non amo la parola “bilanci”, come ho fatto per il 2017 (ecco l’articolo 10 cose che mi auguro per il 2017) volevo provare a mettere in ordine un po’ di consapevolezze, pensieri e riflessioni frutto di questi 365 giorni trascorsi.

I pensieri e i temi che toccherò non sono necessariamente personali ma nascono anche dalle tante conversazioni con persone a me care, come colleghi, amici, parenti o anche con “comparse” fugaci e allo stesso tempo pregnanti che ho incrociato quest’anno.

1# Cambiare non basta, bisogna trasformarsi.

Molti cambiamenti che mettiamo in atto a volte non sono “veri” cambiamenti. Per citare Tomasi di Lampedusa a volte tutto cambia ma in realtà tutto resta uguale. Penso in particolare alle relazioni, a quelle che non vanno come vorremmo ed alla convinzione che cambiando partner le cose andranno diversamente. Questo potrebbe essere vero ma quello che in fondo bisogna cambiare è il tipo di relazione e non il compagno/a (o meglio quello sarebbe solo uno degli effetti possibili).

Ogni cambiamento ha senso se comporta una nostra trasformazione che rivoluziona il nostro modo di vedere e vivere le cose. I cambiamenti a quel punto saranno una conseguenza o una possibilità. 

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Perché ci innamoriamo? L’amore arriva per cambiarci? Per farci scoprire chi siamo? A queste domande spesso è difficile dare una risposta. Ecco una recente ricerca psicologica che si è occupata di relazione di coppia.

coppia al tramonto

Vivere buoni legami affettivi è fondamentale per il proprio benessere soggettivo. In particolare, in amore a dare benessere è l’autenticità relazionale: quella che in psicologia fa riferimento alla percezione soggettiva di sentirsi autentici in una relazione specifica.

Il pensiero comune e diffuso è quello di pensare che sia importante, per potere vivere una relazione con la percezione appena descritta, essere “sé stessi”, nel bene e nel male. Ma questo cosa significa nel concreto? Rimanere sempre uguali? E in questo senso i nuovi incontri delle nostra vita arrivano per cambiarci o per lasciarci immutati?

Due psicologhe americane Serena Chen e Muping Gan, ricercatrici all’università di Berkeley in California, si sono chieste cosa alimentasse l’autenticità relazionale: poter essere come si è o il poter attuare il proprio Sé ideale, o anche entrambe?

La domanda è stata posta a centinaia di persone, diverse per età e per durata della coppia, quindi erano presenti sia quelle appena formate sia quelle consolidate da diversi decenni.

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La parola stress è molto usata nelle conversazioni di tutti i giorni. In realtà non connota sempre qualcosa di negativo perchè esiste anche uno stress “buono”. Ma quando invece non è così, cosa possiamo fare per combattere lo stress? Ecco qualche consiglio dalla psicologia.

“Oggi sono molto stressato”, “Non ce la faccio più, al lavoro mi stressano troppo” o ancora “è stata una settimana davvero stressante”: sono tutte espressioni che fanno spesso parte delle conversazioni con amici e parenti.

Ma cos’è lo stress? In che modo lo possiamo definire? Esiste anche uno stress “buono”?

Possiamo definire lo stress come una risposta psicofisica ad eventi stressanti che possono essere di varia natura (sociali, emotivi o cognitivi) e che le persone percepiscono come eccessive.

Come si può dedurre da questa definizione le tipologie di risposte sono molto soggettive e non tutti reagiscono allo stesso modo ai cosiddetti stressor (ovvero gli eventi stressanti).

Ci sono però alcuni di questi eventi che sono ritenuti stressanti per la maggior parte delle persone come quelli legati a fattori ambientali come il freddo e caldo eccessivo, o gli effetti legati all’abuso di sostanze stupefacenti o d’alcool.

Un’altra distinzione da fare è legata allo stress “buono” e quello invece “cattivo”.

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In questo articolo parliamo di legami affettivi, e in modo particolare cerchiamo di capire alla luce di alcune ricerche psicologiche se alcuni luoghi sulle coppie e l’attrazione sono veri oppure no.

coppia seduta su una panchina

Iniziando a scrivere quest’articolo mi è venuta in mente una canzone di Daniele Silvestri del 1995 dal titolo Le cose che abbiamo in comune (ve la posto alla fine dell’articolo).

In questo pezzo si parlava di 4850 (!!!) punti, diciamo, di contatto in questa coppia: dalla decade di nascita ai gusti musicali, dalle abitudini giornaliere alla sincronia nelle emozioni etc.

Il senso di questa canzone potrebbe essere sintetizzato dal detto popolare “chi si somiglia si piglia“, ma visto che nel senso comune si trova tranquillamente tutto e il suo contrario, potremmo citare anche l’altra sentenza “gli opposti si attraggono“.

Al di là della esperienza che ognuno di noi si è fatto rispetto al tema o a quello che ha potuto osservare dalle storie di amici e parenti, cosa dicono le ricerche psicologiche in merito?

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Il cosiddetto senso di colpa è un’emozione complessa che tutti nella vita, chi più chi meno, abbiamo provato. Ecco qualche piccolo consiglio per fronteggiarla e darle un senso.

occhio triste di ragazza
@Lisa Davies

L’esperienza di questa emozione (il senso di colpa) può causare molta sofferenza e angoscia; quanto quest’ultima è molto intensa diventa difficile guardare, ammesso che sia possibile, l’evento o situazione in cui o di cui ci siamo sentiti colpevoli.

In psicologia la possiamo inserire fra le cosiddette emozioni secondarie o complesse che, insieme a quelle di base o primarie (pensate a quelle del famoso film Inside out), sono influenzate dalla cultura, dall’educazione ricevuta e dalle modalità di socializzazione.

In questo senso la colpa, ma così anche l’imbarazzo, la vergogna, fa parte della famiglia delle emozioni autoconsapevoli che sono sconosciute alle altre specie e che per noi umani di configurano come dei veri e propri dispositivi relazionali.

In altre parole hanno tendenzialmente una funzione legata ai rapporti e ai legami che iniziamo a costruire e intrattenere fin da piccoli e che fanno da modello di riferimento per le relazioni interpersonali successive.

[..] dato che il senso di colpa è una angoscia per presunta incapacità, inadeguatezza, impotenza, inferiorità rispetto agli altri, temuta impossibilità di essere apprezzati e desiderati da altri, sono colpevolizzanti tutti quei comportamenti dell’ambiente che inducono il bambino a formarsi una solida opinione negativa di se stesso.

Lucio Della seta

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