La psicologa e life coach americana Suzanne Gelb parte da una provocazione e dice: “tu hai lo stesso numero di ore in una giornata di Beyoncé” e si domanda cosa renda le persone di successo, persone di successo! Scopriamolo in questo post.

 

Beyoncè come esempio di super achiever. Successo.

Tempo! Tempo! Tempo! Forse è per molti il bene più prezioso. Un bene molto facile da perdere ed impossibile da acquistare. Spesso il problema di chi non ha abbastanza tempo e ne vorrebbe di più, per essere produttivo e forse quindi più soddisfatto, è legato a come lo gestisce.

La dott.ssa Gelb, dalla sua pluriennale attività con quelli che vengono chiamati super achiever (persone molto efficienti), stila un vademecum con consigli preziosi per ottimizzare il proprio tempo e rendere le proprie attività e la propria giornata più produttiva.



Vediamo quali sono quindi i primi due consigli utili per iniziare la scalata al successo personale.

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Wayne W. Dyer, scomparso l’anno scorso per una grave leucemia all’età di 75 anni, è stato uno psicologo e psicoterapeuta. Da molti definito il “padre della motivazione”, ha insegnato molto a proposito di cambiamento e crescita personale.

Il dott. Dyer è stato autore di molti libri di grande successo internazionale, uno fra tutti Le vostre zone erronee (edito nel 1976, un bestseller mondiale con trentacinque milioni di copie vendute).

Ha anche partecipato a moltissime trasmissioni radiofoniche e televisive occupandosi di crescita personale e sviluppo del Sé.

Wayne Dyer affronta i grandi temi della felicità, della ricerca della vita e del senso della vita.

Argomenti trattati in maniera molto efficace in un docu-film del 2009 intitolato “The Shift – Il cambiamento“. Qui il dott. Dyer interpreta un sé stesso alle prese con la realizzazione di un’intervista di promozione ad un suo libro. Nel frattempo si intrecciano sulla scena diverse storie.

  1. La prima riguarda una donna, madre e moglie, in difficoltà nel suo ruolo e nelle conseguenze che questo comporta nella realizzazione delle sue aspirazioni più profonde.

  2. La seconda racconta di un manager rampante, scaltro e senza scrupoli alla prese con la costruzione di un progetto edilizio e le conseguenze del suo impatto ambientale. Concentrato sul lavoro e su se stesso vive un rapporto arido e grigio con la moglie.

  3. Infine la terza storia vede protagonista il regista dell’intervista al dott. Dyer, frustrato per il fallimento della ricerca di finanziamenti per la realizzazione di un progetto cinematografico.

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Sentiamo spesso parlare di paura del futuro, ansia del futuro. Non sapere cosa accadrà, cosa succederà nella nostra vita sentimentale o lavorativa, ma anche solo in generale non dà per molti belle sensazioni.  Il futuro quindi è davvero, per la sua imprevedibilità, l’unica cosa da temere? E il passato?

il-tempo-passato

L’uomo ama la prevedibilità e preferisce avere il controllo dell’ambiente. Questa disposizione e capacità ci assicura (in primis dal punto di vista evolutivo) un vantaggio decisivo: possiamo pianificare strategie e compiere azioni per ridurre i rischi.

In genere il futuro mette ansia perchè pensiamo di poterci trovare in situazioni in cui potremmo non avere le risorse per far fronte agli eventi e quindi poi rispondere in maniera adeguata. Per approfondire questo tema vi consiglio questo libro qui.

In psicologia si parla di coping che si definisce come l’insieme di azioni e pensieri realistici in grado di risolvere (o anche affrontare) i problemi e ridurre lo stress. Vorrei parlare però di passato e riflettere sul fatto che spesso è proprio ciò che è già successo che potrebbe o dovrebbe fare più paura.



Uno degli errori che si può fare è credere che, visto che qualcosa è passato, allora non ci sia più pericolo o che magari cessino i suoi effetti. Ecco spesso non è così e come notava lo psicoanalista svizzero Jung ciò che è accaduto può essere “terribilmente reale e presente e afferra(re) chiunque non sappia riscattarsi con una risposta soddisfacente“.

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Iniziare un cambiamento personale non è una strada semplice. Quando dubbi, dilemmi ci interrogano o addirittura ci tormentano, il bisogno di dare risposte ai nostri interrogativi più personali e profondi diventa inderogabile. Ma siamo davvero sicuri di farci le domande giuste?

Un mare di domande

Mi convinco sempre più che nella vita non sia poi così importante e decisivo incontrare chi ha le risposte giuste alle nostre domande.

Una cosa che spesso cerchiamo e di cui sentiamo avere il bisogno per dare un senso a quello che ci accade, per trovare un modo di risolvere dilemmi e dubbi profondi.

No, quelle risposte danno un sollievo momentaneo, sono palliativi, ci acquietano per un po’ e il loro effetto svanisce presto.

Quello che conta è piuttosto incontrare chi ha le domande giuste per le nostre risposte.



Cosa voglio dire? Voglio dire che in fin dei conti noi siamo ciò che risponde e che quindi possiamo dare un vero senso alla nostra vita solo se le risposte sono autenticamente nostre, nulla più.

Sono le cosiddette domande potenti a fare la differenza e come sottolinea lo psicologo americano David Steele sono quelle domande che “aiutano ad entrare in contatto con la propria verità personale, la propria saggezza e direzione.”

Proviamo con 4 domande che possono dare il via ad un processo di cambiamento:

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